·Mons. Andrea Ghetti
RICORDANDO DON ENNIO BONATI
(01/03/1959)
Vorrei parlare con quella semplicità di voce e di pensiero, come quando la sera parliamo, attorno ad un fuoco, a dei giovani che ci stanno fissando. Vorrei poter parlare andando a scoprire ormai voci lontane che Egli sapeva esprimere così bene, vorrei poter riecheggiare, nelle mie povere parole, la Sua voce. E’ bene che i giovani, abbiano a ricordare quelli che ci hanno preceduto nel segno della fede e che sono ormai nella pace di Dio. Una delle forme più caratteristiche dell’educazione Scout, scrive Bovet, é il culto della tradizione. In fondo tutto questo fa parte della stessa educazione della Chiesa. Noi sentiamo l’ieri che si proietta come valore perenne nell’oggi.
·Il mi(ni)stero sacerdotale
E parlando di Don Bonati debbo prima farmi una domanda: in che cosa consiste questo mistero del sacerdozio. Perché un giorno il ragazzo dirà al prete, dirà a sua madre “Io voglio seguire il Signore”? E per dodici anni verrà educato in una scuola particolare, verrà incanalato in formule. Ma tutto questo è l’aspetto esteriore. Che cosa vuol dire “diventare prete”? E’ un aldilà, è un aldilà della nostra carne e del nostro spirito, perché il prete è il primo, il più terribile, il più grande mistero cristiano: io lo vedo sempre nella sua meschinità, nella sua povertà, nel suo limite e continuamente devo vedere, oltre, un’impronta divina che lo rende capace di benedire, di consacrare, di santificare, di perdonare.
Il sacerdozio: quest’anno è il ventesimo del Suo sacerdozio. Ha proteso un giorno le sue mani al suo Vescovo: è un segno esteriore. Su queste palme aperte, come di mendicante, scendeva un carattere indelebile che lo rendeva compartecipe, intimo e profondo, del Sacerdozio di Cristo. Che cosa è il Sacerdozio? E’ prima di tutto, un senso di ottimismo della vita, un credere alla redenzione e un continuare a credere alla redenzione nonostante il peccato degli uomini, nonostante il rifiuto degli uomini. Che cosa rimane di questo sangue di Cristo dopo venti secoli? Mentre i confini della Chiesa si fanno sempre più piccoli, mentre questa lampada sta a significare quasi un vacillare continuo, credere agli uomini e credere alla loro redenzione, credere che in fondo l’uomo porta dentro di sé la nostalgia della gioia, la nostalgia dell’amore, la nostalgia della pace: ecco il prete. Quando passiamo sulle nostre strade e da lungi vediamo un campanile, io penso sempre: «Lì c’è un uomo che crede alla gioia. E rimane lì, forse solo, in un deserto di creature che lo guardano in lontananza come un estraneo». Sacerdozio è senso degli altri: il prete è un uomo mangiato. Non ti appartieni più. Tutti hanno diritto di domandarti qualche cosa, tutti hanno diritto di mendicare, hanno diritto. Quello che fa il prete non è un dare, è un restituire. E’ un restituire il dono di Cristo, é un moltiplicare il dono di Cristo agli altri. Don Ennio aveva il senso della gioia: i suoi occhi splendidi e trasparenti, la sua risata piena, il suo protendersi su tutto ciò che era bello e buono, 1’afferrare la vita, il godere questa vita, come dono di Dio, come riflesso della chiamata di Dio.
Egli era un ottimista. Per questo era prete. Aveva il senso degli altri, nella sua generosità non misurava niente, non calcolava niente, non si è mai chiuso a domandare se questo era di vantaggio o di perdita: ha dato. Ma con un gesto che non pesava, con un senso di bontà serena, vorrei dire semplice che concretizzava immediatamente il ponte comunitario. Gli uomini hanno bisogno di essere capiti. Oggi noi siamo tanto tristi! Perché si cammina l’uno a fianco all’altro per tanto tempo della vita e si rimane estranei l’uno all’altro? Don Ennio sapeva capire e sapeva entrare in questo dialogo.
lI forti legami familiari
Don Ennio amava la sua famiglia: nei difficili anni della lontananza dai suoi fratelli essi erano presenti come cosa viva. Io li ho imparati a conoscere prima di averli visti, da come egli me li descriveva, da come egli mi parlava di loro, con un’ansia frutto di questo distacco penoso. La sua casa lontana. La sua casa, la sua mamma, le sue sorelle erano parte di un dialogo intimo: egli parlava di loro e forse parlava con loro, anche se lontano nello spazio e nel tempo.
lIl mondo dei ragazzi
Amava gli altri, il mondo su cui egli si è sempre aperto con una intuizione profonda, il mondo dei ragazzi, quando la domenica pomeriggio andavamo a Torpignattara o andavamo in mezzo ai bambini del circolo di S. Pietro al Monte Celio, quei bambini romani dallo sguardo aperto dall’atteggiamento leggermente beffardo, quei bambini romani, così simpatici, così sporchi, come l’hanno capito subito! Egli era loro e le loro confidenze andavano a questo chierico, che sapeva farsi bambino per i bambini, che sapeva fermarsi per una intuizione, per capire le loro vibrazioni. È tutto qui il segreto di ogni pedagogia: il maestro si sappia fare piccolo coi piccoli per comprendere ciò che di più nascosto ogni creatura porta nel suo cuore.
lUn prete sincero
Don Ennio amava il sacrificio ed aveva capito che il sacerdozio è tutto qui. E’ facile dire la Messa, e molto più tragico riprodurre la Messa. Sull’altare si pongono le offerte, ma finché sono cose valgono relativamente. Sono realtà viva quando diventano carne nostra, spirito nostro, lacrime nostre, consumazione nostra. Don Ennio amava il sacrificio; amava le cose forti, amava le cose rudi, aveva nel suo gesto qualche cosa di maschio, di virile; una spiritualità fatta di pochi schemi, di una centralità di valori: non era di quelle spiritualità da salotto che oggi stanno anchilosando la spinta viva della Chiesa. Una spiritualità che partiva dal fondamento cristiano senza il quale non c’è cristianesimo nel senso della verità, nel senso della sincerità. E’ stata la sua virtù più bella, più adamantina, più trasparente. Don Ennio era un prete sincero. Mentre attorno a noi facciamo alchimie di compromessi e di restrizioni mentali, Don Ennio amava le cose per quello che erano e giocava fino in fondo il suo rischio pur di non tradire una parola data. Don Ennio credette sempre nell’amicizia, credette nell’amicizia, e amicizia vuol dire dare senza restituzione, offrirsi, essere il primo. Non ha mai calcolato, non ha mai chiesto se questo aveva uno scopo: la carità non pesa, non misura, perché il giorno che misura e pesa non è più carità.
La sua anima fu aperta ad una chiamata che sorse in lui nella sua prima adolescenza ed ebbe il suo fiorire completo nel pieno della sua giovinezza. La vita seminaristica ebbe questo scopo per lui: prendere coscienza della sua vocazione; prendere le misure e fissare i contorni, approfondire il significato. Don Ennio pregava bene, pregava molto, aveva un atteggiamento esteriore di un immobilismo adorante di fronte ai tabernacoli. Egli sapeva parlare col suo DIO: parole che nessuno di noi potrà più conoscere perché in questi colloqui tra la creatura e il creatore, soltanto Colui che misura il palpito ai nostri cuori ha diritto di conoscere e di misurare. Per questo ha camminato verso il sacerdozio in una ascensione continua, equilibrata, cosciente, in una purificazione d’intenzioni, in un allontanare tutto ciò che poteva sembrare mediocrità e ombra, si è purificato per quel grande giorno, per quel giorno in cui avrebbe lanciato la sua giovinezza nelle mani del Cristo: «Ti seguiremo ovunque tu andrai».
lAlla scoperta del centro materiale della Chiesa
Nella sua sosta a Roma, Don Ennio fece delle grandi scoperte; scoprì la Chiesa, scoprì questa nostra madre nel suo centro ideale e nel suo centro materiale; questa Chiesa che vive da secoli di ombre e di luci che porta nel suo seno potenzialità di santità e meschinità di uomini. Ed egli guardò questa Chiesa nelle sue cerimonie liturgiche, nel contatto più ravvicinato con il Pontificato Fundamentum unitatis, guardò questa Chiesa nelle sue istituzioni culturali, nella potenza del suo respiro che raccoglie il pensiero dei secoli, nello splendore dell’arte; era un estatico contemplatore di quanto il tempo aveva lasciato di bello nella città che non conosce tramonto. A Roma scoprì un rapporto col mondo nella internazionalità di amici di altre terre, di altre lingue: sapeva lanciare dei ponti,sapeva rispettare le singole patrie nel volto dei singoli nella universalità e nella unità di fede. Attraverso l’università Gregoriana allacciò amicizie di giovani, come lui protesi al sacerdozio, di giovani, come lui ansiosi di cose nuove.
lLo Scoutismo e la FUCI
A Roma scopri lo Scoutismo. Attraverso l’amicizia di altri compagni di seminario, lo scopri, lo intuì. E sopratutto per lui fu il rendersi chiaro ciò che aveva indistinto nel suo spirito. Non fu una pedagogia, non fu una metodologia non fu uno schema organizzativo; fu prima di tutto un’anima interiore, l’anima della scoperta di Dio attraverso la natura; e scoprì la libertà magnifica di questo ritrovarsi dell’uomo misurato con la grandiosità dei tramonti o delle aurore, con lo scroscio dei fiumi o col silenzio del bosco. Io credo che per lui lo Scoutismo fu rendere chiaro ciò che portava un po’ indistinto dentro se stesso perché in fondo, in tutta la sua vita fu uno Scout “ante litteram”, perché in tutta la sua vita amò fare il bene, amò le cose di Dio, amò l’ubbidienza, amò l’ambiente comunitario che congiunge fratelli attorno allo stesso ideale.
Ritornò a Parma in un momento tragico della nostra vita nazionale. Scoppiava la guerra, le famiglie disperse, le Università ormai deserte. Fu vice assistente della F. U. C. I. Ricordo, quando venni a fare qualche relazione in questa F. U. C. I. di Parma. Che cosa rappresentava la FUCI? Non era soltanto un incontro di giovani alla ricerca comunitaria di una verità che rivelasse l’eterna verità, ma era sopratutto uno sparuto pugno di credenti nei valori di giustizia e di libertà. Ecco perché allora la FUCI portava un’impronta di vita, perché era la piccola oasi in un vasto mare; era un piccolo nucleo di anime educate a soffrire pur di essere libere, mentre tutto veniva pianificato, mentre tutto veniva condizionato, mentre tutto prendeva la misura di un convenzionalismo imposto dall’alto, la FUCI fu scuola di liberi spiriti, di giovinezze che volevano pensare con la propria testa, costruire con la propria volontà di giovani che credevano nella Patria al di là degli uomini e si preparavano a ricostruire questa Patria in una fisionomia di giustizia sociale e di giustizia cristiana. E fu in questo gruppo di giovani che egli creò delle amicizie: erano pochi, erano incompresi, erano derisi, ma era proprio la sorte del germe buttato nel solco, era proprio la sorte di una minoranza che rappresentava fermento in mezzo alla massa universitaria. E quei giovani sono partiti gli uni dopo gli altri, se ne sono andati e molti di essi non sono più tornati, ma tutti sono morti così come quel mio cugino che dalla Albania mi ha scritto: “Sono sicuro di non tornare da questa prova ed offro la mia vita per un’Italia libera, per un’Italia cristiana”. E forse oggi, guardando nella profondità del nostro spirito, chiediamoci se abbiamo tradito questo dono-testamento di sangue.
Ed anche don Ennio fu nelle “Aquile randagie”, attorno ad un fratello che la morte ci ha portato via, Giulio Uccellini, cui don Ennio fu legatissimo da un amore profondo. È tutto qui uno dei segreti della nostra comunità come scrive bene il Bertorestier: laici e preti che trovano una amicizia che non conosce ombre, che non conosce gerarchie se non quella di chi ama di più.
Aquile randagie, piccolo gruppo che teneva accesa la fiamma di un ideale perché la gioventù potesse ritrovare un posto nel mondo nella libertà tra i popoli liberi. Ideale di una promessa e di una legge. Don Ennio tenne i collegamenti con un gruppo di ragazzi di Parma e di Roma, venne ai nostri campi clandestini. Come eri atteso, come eri desiderato, come era cara la tua presenza, come sapevi portare tanta serenità e tanta gioia!
lCombattente per la libertà
Tornato alla diocesi egli si mise al servizio del suo Vescovo. Raramente nella mia vita ho trovato dei preti che amavano così profondamente, così altamente il proprio Vescovo. Don Ennio Lo amava profondamente, per lui era una seconda paternità, era qualche cosa di vivo, per lui era tutto, la sua parola era legge; si entusiasmava di ogni sua direttiva e ne diventava esecutore fedele.
Quando su questa terra d’Italia passò l’onda terribile della guerra civile e i fratelli si ammazzavano, Don Ennio non esitò a scegliere la sua strada, con quelli che combattevano, con quelli che cadevano per una libertà e per una giustizia; arrischiò la vita, nessuno seppe mai quello che ha fatto, nessuno saprà mai quello che ha fatto; per un pudore profondo delle anime grandi non ha mai menato vanto, non ha mai fatto sapere, ha dato e poi basta; le grandi parole di Dio non si scrivono sulla carta, ma hanno un segno indelebile in cielo.
Egli soffrì, fu molto incompreso, fu molto combattuto, soffrì in silenzio; ne intravide l’ora da una semplice parola, da un sospiro; soffrì non si lamentò, si fermò talvolta, continuò a pregare, non mantenne rancori. E questi ragazzi vicini e lontani sono frutti del suo dolore sono nati da un’offerta sua e il Signore ha preso il suo “SÌ”. Signore, hai preso il suo sì. Noi ti abbiamo sognato, trascinatore di giovani, e il Signore ti ferma: le prime avvisaglie di questa malattia, il declinare, la sofferenza. Non è un ragazzo, a cui si fanno credere cose non vere, e un giorno mi dice a Milano: «Io continuo a farmi curare, ma non c’è più niente da fare, lo faccio per mia madre».
Egli ha già speso la sua carta; egli giuoca ormai la sua vita; egli vuole arrivare all’ultima Messa del suo decennio e poi si ferma anche qui; l’ultima consolazione del suo sacerdozio deve finire perché davanti a Dio il nostro “sì” è totale e sulla croce di Cristo è rimasto solo: neppure sua madre ha potuto salire con lui. Ed è rimasto solo: le solitudini delle lunghe ore in quella stanza nella quale i suoi Scouts avevano rappresentato delle scene di vita di campo quasi per dirgli “anche se lontani siamo con te”. Ha pregato.
Che cosa è passato nel suo cuore durante quella malattia? Attorno a lui questa sua famiglia che ha lottato fino all’ultimo sangue, fino all’ultima speranza, si è consumata in questa lotta più grande; noi lottavamo col male e forse ci siamo dimenticati che noi tentavamo di impedire a Dio le sue strade, che sono talvolta strade di dolore, ma che sono sempre strade che sbocciano poi nella fioritura delle cose eterne.
Che cosa ha detto? Due cose: queste sono sicure per me, le altre non le potremo mai sapere. Ha offerto la sua vita per un confratello che ha tradito la sua vocazione. Noi non sappiamo dove questa voce arriverà e come arriverà, ma tra questo ex prete e la sua consacrazione oggi c’è di mezzo una morte, e in questo giuoco di forze e di rifiuti c’è di mezzo un amore di Dio che è più forte dei rifiuti degli uomini e delle ribellioni dei piccoli cuori. Dio diventa persecutore amoroso, e nessuno può rifiutarsi di inginocchiarsi un giorno; e noi lo aspettiamo. È’ certo che ha offerto la vita per voi. Eravamo verso la catastrofe, non avevo il coraggio di dirlo, in quella piccola stanza lui era su quella piccola carrozzina: «Don Ennio mi puoi fare un piacere? Mi puoi dare un po’ della tua vita per i nostri Scouts?». Ed egli senza atteggiamenti eroici: «L’ho già fatto!». E il discorso si è chiuso: «L’ho già fatto!».
lConsumato fino in fondo
Capite giovani, capite amici che allora noi guardiamo la morte con l’angoscia nelle nostre anime, dei nostri egoismi, delle nostre infedeltà e dei nostri dubbi; Don Ennio con la sua fede ha guardato la morte come un’amica liberatrice nel dissolvimento di questo fragile corpo.
Io sono certo, l’unica tristezza non era per sé, ormai egli navigava nel grande, l’unica tristezza era per i suoi. Ed ha sofferto per questo e certo egli ha chiesto al Signore qualche cosa in cambio, l’ha chiesta solo per i suoi. La sua ultima agonia, quella di lotta con la morte, quella respirazione artificiale, quei suoi occhi che si aprivano quasi a carpire l’ultima luce ed a ripetere, al medico ed agli Scouts che si alternavano ai fratelli, il suo “grazie”, il suo timore di disturbare, di dare fastidio. Si è spento così, malattia strana, lui così forte, lui così dinamico è fermato, lui che amava le cose robuste, gli ha tolto perfino le forze.
L’Ostia la si consuma fino in fondo, l’olocausto vuole che tutto sia bruciato; ed egli è morto così. Piccolo prete, scomparso dai rapporti sociali da tanto tempo, chissà perché. Io non ho visto mai nella mia vita un funerale così strano, un funerale così silenzioso, piccola gente del popolo, gente di alto lignaggio, studenti e professionisti dietro questa bara, camminavano estatici come attirati da un mistero: che cosa strana! E un vescovo ha parlato del suo prete, un vescovo dalla voce mozzata dal pianto ha parlato di questo piccolo prete, che in fondo non aveva agitato le folle, non aveva mosso le masse, non aveva costruito grandi cose, ma aveva tessuto adagio, anima per anima, giovane per giovane, cuore per cuore, fratello per fratello, aveva tessuto questa amicizia, questa cordialità, questo cercare insieme e scoprire insieme il Signore.
Siamo partiti dicendo che il sacerdozio è un mistero, ogni sacerdote che muore è mistero che si compie poiché dovrà presentarsi a Colui che della vita è stato il padrone, come il buon operaio della vigna e dovrà ripresentare le monete che il padrone gli ha dato. Ma anche la morte è un mistero, noi siamo qui a misurare lo spazio del tempo, ma noi ti sentiamo già libero: é un oltre; noi sentiamo questa voce che richiama, questa voce che risuona; di quello che sarà solo il Signore è testimone; una cosa sola è certa: nel suo discorso che va dal Cenacolo al Getsemani la vita eterna è questa gioia che il Padre ha dato al Figlio e che il Figlio ha dato a noi. Ecco allora che la morte non ci fa più paura ; per il mondo è la fine, per noi cristiani è l’incominciamento, per noi Scouts è ritornare alla casa del Padre.
· L’eroicità del suo sacerdozio
Giovani amici, fratelli che mi ascoltate, che cosa diremo a Don Ennio? Un primo pensiero: rimane esempio per noi preti di come si è prete. Per una strana concomitanza storica, ogni volta che la Chiesa si ferma la civiltà decade. Il sale della terra diventa insipido e viene calpestato dagli uomini. Noi oggi per salvare il mondo abbiamo bisogno non tanto di tecnica quanto di santità.
Abbiamo bisogno di preti come Don Ennio che sappiano pregare, che sappiano amare, che rimangano poveri, che siano ubbidienti al proprio Vescovo, che non cerchino la propria gloria, che non cerchino il risultato, che buttino la propria anima oltre ogni rischio senza domandare il perché e solo domandino che sia rivelato agli uomini il volto consolatore di Cristo. Questo diciamo: abbiamo bisogno di preti come te, di preti santi, di preti forti, di preti puri, di preti generosi, di preti buoni, di preti che sappiano capire, di preti che sappiano camminare insieme, di preti che sappiano inchinarsi sul dolore umano, preti che sappiano consolare, guidare. E a voi Scouts: Don Ennio ha voluto fare la promessa Scout; Don Ennio ha voluto sentirsi uno di noi. Nell’ultima parola dell’ultima Cena, Cristo che lava i piedi ai suoi e dice: «Avete capito? Lavate i piedi, così dovete fare con gli altri; colui che comanda è colui che serve».
Don Ennio ha voluto entrare in questo gioco per viverlo dal di dentro, ha voluto assimilarsi, come Paolo, per essere nella comunione con gli uomini, per essere nella sofferenza con gli uomini, per essere nella unità con gli uomini: e dice a voi “questo germe, questo seme, fatelo fiorire! “Verrà, dice l’Inno Ambrosiano della Quaresima, verrà Signore la tua ora in cui tutte le cose fioriranno”. Avete parlato di Lupetti, avete parlato di Scouts, di Rovers, oggi dite: ci allargheremo coi vecchi amici, coi genitori, con un nucleo di persone, con una comunità. Possa veramente sorgere a Parma una comunità Scout che sia comunità di preghiera, di ricerca di carità e che sia sopratutto centro irradiante per una problematica educativa della gioventù mentre i sistemi stanno crollando, mentre con angoscia autorità e studiosi si domandano “dove andremo domani”.
Io ho finito, ma sarebbe presunzione pensare di aver detto tutto di don Bonati, non è che un profilo esteriore, ma il più vero, il più grande, quello che non perisce è la sua anima interiore, é la sua ricchezza interiore, è il suo spirito sacerdotale, la sua fede nel suo sacerdozio, è la convinzione del suo sacerdozio, l’eroicità del suo sacerdozio; giustamente amici, il dolore non lo si descrive ma lo si vive; ed è per questo che il verbo si è fatto carne, per poter sperimentare l’abisso del dolore umano. Davanti a Don Ennio che ha sofferto silenziosamente, eroicamente, non si può più parlare.
Davanti a questi fratelli giganti, che abbiamo scoperto quando il Signore li ha chiamati e che abbiamo solo intravisto, noi, piccoli e fragili, davanti al dolore di don Ennio, davanti alla sua anima di prete, davanti al suo cuore di Scout, dobbiamo tacere. Le ore di Dio si aspettano in ginocchio. Egli è morto: sembrava così necessario per noi, ma Dio ha un’altra storia. Davanti a lui non resta che inginocchiarci e dire l’ultima, più vera parola, quella che lui ha detto cosi bene: «Signore, sia fatta la Tua volontà».